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Nuovi setting: Racconto inventato di un paziente inventato
Convegni

Nuovi setting: Racconto inventato di un paziente inventato

Illustrazione di Camilla Loureiro

Mi ricordo quando venivo in studio da te.
Da bambino mi accompagnavano i miei genitori, oppure i nonni. Mi ricordo che a  volte non avevo nemmeno tanta voglia di venire. Quando sono cresciuto un po’ arrivavo da solo: con il tram o in bicicletta, le mie prime avventure.
Sono tornato a vent’anni, poco prima del Covid. L’ho voluto io questa volta. Raggiungevo il tuo studio in auto, e quel percorso mi serviva: riordinavo le idee, mi predisponevo alla seduta. Lo spazio prima per prepararmi, quello dopo per riflettere e rielaborare. Ma adesso non vengo più nel tuo studio. L’emergenza sanitaria per la pandemia Covid-19 ci ha obbligato a incontrarci in un altro luogo. Non reale, non virtuale: un altrove.
Abbiamo iniziato le sedute da remoto, qualche volta via Skype, altre con una videochiamata di whatsapp.
Il tuo studio è stato sostituito dalla mia camera. Non abbiamo più un luogo condiviso, ne rimane traccia solo nella mente.
Mi è difficile questo on/off: sono in camera mia che ascolto la musica… clic e sono in seduta, leggo un libro o riordino… clic e inizia la terapia. 
Mi manca quel tragitto, spazio e tempo della preparazione e del raccoglimento, spazio di passaggio.
E poi non mi sento nemmeno tanto tranquillo a dir la verità, mia madre è di là che fa lezione via Zoom, mio padre è andato giù a portare il cane, ma i rumori della casa filtrano dalla porta, interferenze che si spandono, quasi si accomodano nella seduta.
Mi fa anche un po’ strano che tu veda la mia casa, presente nei miei racconti di anni, nei miei sogni, ma prima era solo un’immagine di un luogo, adesso è diventato reale anche per te.
E anche tu non sei nel tuo studio, so che sei a casa – il lockdown lo impone – non vedo nulla, dietro di te solo un muro bianco, ma mi sembra comunque di entrare un po’ furtivo nella tua vita… qualche suono di tanto in tanto mi interroga, mi incuriosisce.
Dopo qualche seduta ho avuto bisogno di cercare un nuovo luogo per la terapia, oppure cercavo un nonluogo? uno spazio non troppo identitario, uno spazio limite non contaminato dal mio reale?
Così ho deciso di andare in auto: ti chiamo, il telefono appoggiato sul cruscotto.
Mi sento meglio, mi fa sentire un po’ più nel tuo studio; anche se le nostre presenze sono solo un’immagine bidimensionale, non c’è la presenza del corpo dell’altro con tutti i suoi sensi, il respiro, i movimenti impercettibili… Tutto è sguardo e ascolto.
Per raggiungere la macchina devo uscire da casa e  fare così un percorso per arrivare alla seduta: giro intorno all’isolato attenendomi ai 200 metri prescritti, apro e chiudo la portiera, prendo posto.
Questo basta per predispormi al lavoro terapeutico, riesco a creare un ritmo tra seduta e non seduta, tra vita reale e luogo dell’analisi. Riesco ad essere più concentrato sul nostro dialogo e pensiero condiviso.
Chissà se tu ti distrai vedendo quel raro passante sfilare via dai finestrini, quella macchina che sfreccia, una sirena che irrompe, sottofondo di questi nostri giorni nella  città deserta.
Chissà come stai, se sei preoccupata e spaventata anche tu per questo virus. In fondo siamo molto più vicini adesso e più uguali. Tu ed io- in quanto esseri umani – viviamo lo stesso turbamento e dobbiamo confrontarci con lo stesso evento straordinario: il limite, la nostra precarietà, la relazione che diventa contagio, la paura, il dolore per tutta questa sofferenza. Tornerò, sono certo che torneremo nel tuo studio.

Un grazie ai miei pazienti e ad A, sempre di ispirazione in questi anni


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